I fantasmi della montagna
Andrea Vitali | Il commento: L’arte di convivere con i fantasmi della montagna
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Anziché dire però Bruno Ritter dice „prò“: il suo vocabulario italo-svizzero ha questa „e“ facoltativa. È un ricordo tratto dal primo incontro: quando, contestandogli il freddo che faceva a Canete, lui rispose: „Prò si sta in pace“. Amen, dissi: perchè pace, è vero, c‘era, ma cimiteriale. E da cimitero di montagna, dove i morti a me hanno sempre dato l‘idea di soffrire di più degli altri a stare sottoterra.
Canete non è neanche una cacca di mosca su una cartina geografica: è un colpo di karatè tirato nella montagna di un Dio giocherellone. È una sfida posta in questi termini: se è vero che l‘uomo che ho creato si adatta a tutto qualcuno andrà ad abitare anche lì. Detto, fatto. Bruno Ritter ci è arrivato dalla Svizzera con una faccia da Malcolm Mac Dowell e vezzi da cosmopolita, ripartendosene, dopo parecchi anni, con un sorriso da giorno di cresima e muscoli da spaccalegna. Quanta legna avra spaccato nel corso di quegli anni non so dire: tonnellate comunque. Alternative, contro il freddo, non ne aveva, se non quella, impraticabile, di adorare il Dio Sole.
Chi gliel‘ha fatto fare? Cherchez la femme, ma non solo. L‘amore, direi, anzi l‘amour, perché detto alla francese ho l‘impressione che quella erre finale si prolunghi all‘infinito. L‘amour, allora, per Maya, la donna che gli ha offerto il riparo di Canete, e per sè, arte e pennelli compresi. È un lungagnone, il Ritter. Adesso che ha lo studio, e che studio, a Chiavenna mi sembra rientrato nella categoria dei normali. Ma se lo ripenso a Canete lo rivedo sempre un po‘ ingobbito, preoccupato di non picchiare la testa in un soffitto o contro qualche lampadario. Ho riflettuto su questo fatto, considerando anche che poteva essere una distorsione della memoria. Invece no: perché ho capito che andava pian piano assumendo le caratteristiche dei suoi soggetti. Di quelli del periodo che chiamerei di Canete: uomini cioè che vivono tutto il giorno con la montagna addosso.
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La montagna li è dappertutto: di sopra, di sotto, di lato. Addosso. E quando annotta non è perchè tramonta il sole: sono le montagne piuttosto che si chiudono una nell‘altra, e buonanotte al secchio. Io stesso, in una delle tante sere in cui lo siamo andati a trovare, mi sono sentito spinto a correre fuori dalla sua casa per ululare contro quel cielo di roccia. Non l‘ho fatto perchè sarei passato per ubriaco. Invece pativo la presenza dei fantasmi della montagna.
Se Bruno è riuscito a convivere con loro per tanti anni è perchè ha dell‘ironia: un fantasma sopporta tutto, tranne che l‘essere preso in giro e mandato a quel paese. Credo che qualcuno di loro si sia visto ritratto nei quadri di Ritter: immagino che gli sia preso un colpo, che abbia affilato le armi per tentare con ogni mezzo di ridurre a mal partito la testa del Bruno: in parte c‘è riuscito, non lo nego, il nostro ha infatti qualche capello bianco, segno inequivoca bile di spaventi, ma niente di più. Appena planato a Chiavenna ha anche ripreso l‘aplomb del cittadino e ha raddrizzato il rachide.
Ora, lassù, inurbato, dipinge policromatiche nature morte. Sembra che respiri dopo tanta tetraggine. Ma certi vizi non si eradicano mai del tutto. Così, nel corso del penultimo incontro, tra un „prò“ e l‘altro, io curiosando tra le sue carte, mi sono imbattuto in un‘altra montagna: un pizzo Lizun, piccolo piccolo, dieci per dieci. Mi è venuto di fare il diagnosta, I‘infezione riprende. „Bruno - gli ho detto - ti stai per ammalare ancora di montagna“. „Non è vero - ha ribattuto - sono già ammalato. Ne ho fatti cento“. Poi me li ha mostrati, tutti insieme. Cento piccoli Lizun, ognuno diverso dall‘altro. Che cresceranno, per diventare montagna. Anzi, berg.