La pittura Valtelinese
Franco Monteforte | Catalogo: La pittura Valtellinese dal romanticismo all’astratismo Mondadori; Milano 1990
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Bruno Ritter è nato a Sciaffusa, in Svizzera, il 20 dicembre 1951. Diplomatosi alla Scuola d'Arte di Zurigo, ha insegnato per qualche tempo figura e incisione in quella città e a Winterthur, prima di dedicarsi interamente alla pittura. In sieme a questa decisione sono maturati in lui il distacco dall'ambiente urbano svizzero e la necessità di autoisolamento per una severa ricerca formale i cui esiti, nelle opere più recenti, ap paiono perfettamente delineati. Il punto di partenza di Ritter è il grido di Munch. Quel Grido del 1893 ha attraversato tut ta la cultura dell'espressionismo tedesco, ha macerato le carni delle figure di Schiele, ha da to violenza al colore di Kokoschka e oggi prolunga la propria eco nella pittura di Ritter. Corpi dalle carni macerate, sfatti; bocche che gridano, disperatamente mute; uomini piegati nella degradante posizione del quadrupede; bestie nere che passeggiano nei quadri come enormi ombre inquietanti, montagne come legame tra cielo e terra, punto di fuga dalla realtà sociale e solido ancoraggio alla realtà naturale; anelito alla penetrazione sensuale della natura, solipsismo nei rapporti tra gli uomini, freddezza pietrificata della morte, atea pietas: questi al cuni temi ricorrenti nella pittura di Bruno Ritter, che oggi vive in una piccola frazione di Villa di Chiavenna appollaiata fra le balze della Bregaglia. Se le vie formali tentate finora da Ritter (dal realismo classico all'informale, attraverso la su zione di tutti gli umori dell'espressionismo mitteleuropeo) sembrano procedere per successi ve fratture, rinnegamenti e pentimenti, pure identica rimane la cifra stilistica: lo stridio e talora il grido die colori (sia nell'accostamento, sia nella pennellata, sia nel loro rapporto con la superficie ruvida come la carta da pacco), la sottile vena caricaturale alla Grosz, I'ironia negativa, I'agitata inquietudine e gli incubi di uomini la cerati fra condizione subumana e aspirazione oltreumana, la naturale eleganza del segno e il notevole senso della composizione formale, ca stigati dal grido del colore che rivela a sua voltà insospettate armonie, mentre la tensione nega tiva del pensiero non si rovescia mai in catastro fe del segno artistico.
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Con Ritter il paesaggio valtellinese perde il senso lirico che gli avevano conferito i pittori formatisi nella cerchia di "Corrente" e che dall'iniziale cubismo picassiano si erano orientati in seguito verso i fauves, Matisse e l'espressionismo francese. Non c'è più ombra di lirismo in questo disincan tato paesaggio chiavennasco di Ritter. Il suo espressionismo, se ha il proprio precedente cul turale immediato nell'espressionismo nordico del Novecento, ha però le sue remote e coscienti ascendenze in Rubens e in Rembrandt. Profondamente rubensiana e la carne cromatica della gigantesca figura femminile che schiaccia il lago e il paese in basso e si metamorfizza in alto con le montagne. Ritter nella sua persona le via informale reintroduce un forte senso del chia roscuro e dell'ombra e in ciò consiste lo specifi co richiamo a Rembrandt.
La grande figura di donna con le cosce divarica te che domina il quadro ha valenze psicoanaliti che. Ritter, che è anche raffinatissimo scrittore in lingua tedesca (e difficilmente traducibile), ha fornito ermetici parallelismi letterari a questo archetipo femminile della sua iconografia: "Si piegano di nuovo sopra la terra / dappertutto culi di donna, bleu scuro..." E ancora: "Quale impressione mi fai, o donna d'ombra! come ti mostri lentamente. Improvvisamente sei qui. Semplicemente, commovente qui! Fino a una nauseante, nuda presenza, qui. Poi lentamente ti trasformi, guardi verso l'interno dell'occhio e vi ti seppellisci. Per sempre, sempre di nuovo, ogni anno, alla fine di novembre tu vieni. Ogni anno in febbraio ti dissolvi, là, dove ti sò. Sino al prossimo novembre... Ti aspetto!" Il tema dell'ombra, è noto, ha una sua storia nella letteratura tedesca dalla Storia meravigliosa di Peter Schlemil di Adalbert von Chamisso, alla Donna-ombra di Hofmannsthal. La grande ombra corrisponde, in Ritter, al mistero dell'ambiguo rapporto dell'uomo con la donna e con la terra, insomma all'"odi et amo".