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C'è un tempo per pensare, o ripensare, impressioni e concetti e un tempo per parlare o dipingere o scrivere. Queste due dimensioni si completano come in un antico simbolo. In esso e racchiuso un limite invalicabile, oltre il quale conosceremmo tutti i perché dell'opera d'arte.
Tra le mille tracce che un pittore lascia di sé, la più evidente da seguire per avvicinarsi all'opera è forse questa. Permette di capire i ripensamenti dell'inizio e l'elaborazione che segue. Bruno Ritter può essere letto così.
Nel primo tempo un complice scomodo: il pensiero che non può fare a meno di rivolgersi a Ensor o Munch. Le tele davanti alle quali si fa più forte la visione di queste radici propongono ammassi umani, talvolta un uomo solo ma come riconvertito in poltiglia. Entro i confini delle tele uomini e donne, ancora, urlano; carichi di colori scempiati i loro vestiti, le stanze che abitano, le membra che espongono. Esseri in dissoluzione. Come dire che nessuno più ascolta l'urlo, nessuno più si meraviglia di un'agonia.
Poi il solco si fa meno agevole da seguire, più tenue la traccia, più ardua la lettura. Sfuma, quasi, tutta l'energia di prima. Ritter, stanco forse di rappresentare, lascia intendere; e il momento della fusione di idee o colori (ma idee e colori per un pittore sono sinonimi). Domina l'inquieta dimensione dei quadri il silenzio. Dominano le figure rilasciate, ormai senza sangue.
Il pennello è, in questa fase, più lontano dalle sue radici, s'avvicina ai nostri tempi tormentati e disillusi. Ha scritto T. Mann che quando l'anima e tormentata dal dubbio non è bene stare fermi. Ritter ha camminato sulle sue tele, gli ultimi passi leggeri.